Studioboule

Ad ormai più di un anno di distanza abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini della città di Napoli sommersa dalla “monnezza”, delle proteste dei cittadini e delle montagne di rifiuti dati alle fiamme per strada; immagini simili, purtroppo, ci sono giunte in tempi più recenti da Palermo, e una domanda che sarebbe utile farsi è “a chi toccherà la prossima volta?”

La gestione del ciclo dei rifiuti è un problema diffuso, certamente non solo italiano ma comune a tutte le moderne società industrializzate, che ha cominciato ad avere dimensioni preoccupanti con l’affermarsi di modelli comportamentali caratteristici dell’epoca del consumismo sfrenato e dell’usa e getta.

Con il tempo sono state proposte dai tecnici esperti del settore numerose risposte possibili al problema della gestione dei rifiuti, che spesso sono state recepite dal mondo politico/amministrativo in modo errato o parziale: alla popolazione è passata così una visione alterata del problema che può aver portato a reazioni assurde come quelle che tutto il mondo ha visto accadere in Campania pochi mesi fa.

Limitandosi a parlare dei rifiuti solidi urbani o assimilati (e quindi tralasciando il mondo dei rifiuti “speciali”, ovvero prodotti dalle attività commerciali ed industriali) uno dei concetti più travisati in assoluto è quello della raccolta differenziata e del riutilizzo dei rifiuti.

Spesso, ed in modo particolare in ambiti di ispirazione “ambientalista” (che si dovrebbe invece presupporre siano particolarmente competenti in materia), viene proposto il concetto che con la sola differenziazione del rifiuto ed il conseguente riutilizzo o recupero dei materiali differenziati (vetro, metalli, plastiche, legno, apparecchiature elettroniche, ecc.) si possa arrivare all’obiettivo di azzerare la produzione di rifiuti, pertanto eliminando la necessità di impianti finalizzati allo smaltimento degli RSU come discariche e termovalorizzatori/inceneritori.

Questa ipotesi, che pure sarebbe di per se auspicabile, è purtroppo assolutamente irrealistica per almeno due diverse ragioni: la prima, di carattere puramente tecnico, è che comunque esiste ed esisterà sempre una frazione più o meno consistente di rifiuto (alcune tipologie di plastiche, materiali diversi irrimediabilmente mescolati tra loro, ecc.) che non risponde agli standard merceologici necessari per il recupero e che pertanto non può in alcun modo essere riutilizzata e deve essere destinata a smaltimento.

La seconda ragione è di tipo comportamentale: per quanto le campagne di sensibilizzazione abbiano consentito negli ultimi anni di aumentare in modo significativo la percentuale media di raccolta differenziata effettuata dai cittadini (in Italia rimanendo comunque ben distanti dagli obiettivi fissati in sede comunitaria), è assolutamente utopistico pensare che si possa arrivare ad una diffusione totale di questi comportamenti “virtuosi”. Estremamente significativo da questo punto di vista è il dato sulla percentuale di raccolta differenziata dei comuni italiani che mostra, oltre ad una differenziazione geografica piuttosto marcata, valori in media significativamente più alti nei piccoli comuni rispetto alle città di medio/grandi dimensioni, dove le problematiche sociali sono maggiori e la consapevolezza ed il senso di appartenenza alla comunità sono più sfumati.

L’obiettivo rifiuti zero, pertanto, rimane necessariamente un utopia.

Un ciclo virtuoso di gestione dei rifiuti, per essere realistico, deve prevedere un sistema integrato che, ferma la necessità in primo luogo di ridurre al minimo già alla sorgente la quantità di rifiuti prodotti (ad esempio con la riduzione degli imballaggi, del ricorso a prodotti usa e getta come vettovaglie di plastica, ecc.) ed in secondo luogo di aumentare al massimo tecnicamente e socialmente possibile la percentuale di raccolta differenziata ed il conseguente riciclo/riutilizzo concreto dei rifiuti, non può fare a meno della possibilità di smaltimento in discarica e/o in un termovalorizzatore.

L’accettazione da parte dei cittadini della realizzazione di tali impianti sul territorio diventa il vero obiettivo che le amministrazioni locali si devono porre, con la predisposizione di campagne di comunicazione sociale finalizzate a spiegarne la necessità, il bilancio tra i costi ed i benefici sia ambientali che economici. Per non doversi chiedere ancora a chi toccherà

Riccardo Monzani


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