Quanti saggi, studi, seminari, conferenze e convegni sul tema dell’abitare in rapporto al contesto urbano con il quale ci dobbiamo confrontare quotidianamente! Perché continuare a parlare della città con i suoi problemi di congestionamento, di sviluppo caotico, delle periferie con i suoi quartieri sempre più degradati ecc.? Proprio per questo, perché nonostante se ne parli si continua a perpetrare nell’errore, senza riuscire a indicare soluzioni coraggiose e metodiche intelligenti che una volta per tutte ci consentano di uscire gradatamente da questo tunnel in cui adattarsi è divenuto lo slogan necessario a farci sopravvivere nel degrado.
Eppure quanti esperimenti già a fine ‘800 si sono fatti per ovviare al fenomeno dell’espansione generalizzata delle città, cercando di mettere ordine al convulso incremento demografico e conseguente accrescimento urbano, a partire da Fourier con il Falansterio, le teorie utopistiche di Owen e poi Howard con le città giardino, Soria Y Mata con la città lineare e.. via discorrendo (secondo lo slang di Salinger), fino ad arrivare ai grandi piani urbanistici di Le Corbusier, pietra miliare dell’architettura, punto di riferimento per ogni addetto ai lavori e non.
E forse il problema nasce da qui. Al di là dei grandi capiscuola del passato, dal tempo del razionalismo e funzionalismo, dall’architettura organica, dal tempo perciò compreso tra le due guerre mondiali, il processo di evoluzione in campo urbanistico e architettonico in generale è risultato inversamente proporzionale alle costanti e sempre più veloci mutazioni che avvengono intorno a noi. Si potrebbe pensare che nell’era del computer dovremmo essere agevolati a stilare progetti in larga scala che possano velocemente modificare e migliorare l’habitat in generale, affermazione ormai scontata, eppure la tecnologia non ci è di aiuto. Anzi, per certi aspetti, è spesso controproducente. L’architettura, nel senso dell’arte del costruire, con tutte le sue implicazioni che comporta, è una disciplina particolarmente complessa che ha radici profonde e presupposti culturali non indifferenti; pertanto l’opera architettonica non può essere frutto di improvvisazione o semplice intuizione, bensì di maturazione lenta e riflessioni sui temi e componenti che ruotano intorno ad un problema. Il termine lento è in antitesi con la velocità e immediatezza che solo il computer ci può dare e l’abuso che si fa di questo importante strumento è, secondo me, uno dei limiti alla creatività e all’approfondimento delle problematiche. Pensiamo ai Rendering, alle immagini virtuali foto-realistiche che ormai fanno parte integrante di ogni progetto (alcuni comuni ne esigono la presentazione unitamente alla documentazione da produrre per l’approvazione dei progetti); il disegno “a mano libera” non esiste più; la costruzione geometrica della prospettiva lineare è scomparsa; il bozzetto acquerellato è … per i pittori, e così via. E’ solo romanticismo? Non credo: una volta il saper disegnare era considerato prerogativa indispensabile per affrontare gli studi di architettura, proprio perché il senso dell’equilibrio e delle proporzioni in generale prima di poterli trasmettere devono essere dentro di noi, ci devono appartenere.
Luciano La Letta