Studioboule

Impronta ecologica: quantità di terra e di mare che serve per ottenere tutti i beni che consumiamo.

Questa definizione l’ ho ricavata da un testo scolastico che mi è capitato di leggere.

Una domanda mi sorge spontanea (direbbe qualcuno – ed io con lui – ): e l’aria?

Ma, al di là di questo, mi sorge un secondo interrogativo che, come addetto ai lavori, mi è più congeniale: l’impronta ecologica utilizzata per l’edificato – intendendo con questo non solo la residenza ma tutto quanto è veramente costruito dall’uomo – a quanto ammonta?

E’ proprio necessario tutto questo consumo di territorio?

Da stime risulterebbe quanto segue:

(riferito all’anno 2001)

un italiano medio ha una impronta ecologica di 3,11 ettari così suddivisi:

1,10 ettari di terreno a fini energetici;

0,27 ettari a fini agricoli;

0,55 ettari a pascolo;

0,06 ettari a fini edificabili;

0,23 a foreste;

0,90 ettari di mare.

Nello stesso anno le stime indicano:

impronta ecologica di uno statunitense  pari ad ettari 6,2;

impronta ecologica di un indiano pari ad ettari 0,8.

Da questi dati molto ci sarebbe da dedurre/concludere in merito allo sfruttamento del pianeta da parte di pochi a discapito di molti.

Ma questa è un’altra storia!!

Da altre fonti  (dati Euroistat) risulterebbe che nell’ultimo decennio del 2000,  nel nostro paese, siano stati tolti all’agricoltura circa 2.800.000 ettari.

Risulterebbe, altresì, un consumo annuo di circa 100.000 ettari di campagna ( pari a due volte l’estensione del parco nazionale d’Abruzzo) a fini edificatori.

L’Italia è il primo paese europeo per disponibilità di abitazioni avendone circa 26.000.000.

Il 20% delle stesse risulta non occupato.

Un’altra domanda sorge spontanea: è proprio così necessario continuare a consumare territorio a fini edificatori visto che , in teoria, il numero delle abitazioni è sufficiente a soddisfare il fabbisogno e  visto, altresì, che il 20% risulta non occupato?

Per la risposta ognuno di noi può riflettere anche in virtù di valutazioni di tipo economico/lavorativo e/o occupazionale: sta di fatto che le risorse che si potrebbero/possono impiegare per la realizzazione di nuove abitazioni ( e conseguentemente posti di lavoro e “giro” di denaro) potrebbero essere impiegate per la riqualificazione delle abitazioni esistenti, dei centri storici e, meglio ancora, per la riqualificazione/rivitalizzazione del tessuto urbano esistente.

Mi rendo conto che questo implica una nuova concezione dell’intervento privato e di una capacità programmatoria e gestionale pubblica tutta da inventare e sperimentare ( compresa la riflessione sul ruolo delle autonomie locali e della sua organizzazione).

Mi pare una bella scommessa ma penso che valga la pena di provarci – anche perché, se continuiamo a costruire ed occupare territorio, non potremo mangiare  mattoni, visto che siamo abituati a mangiare ciò che viene prodotto dall’agricoltura e l’agricoltura, notoriamente, non si sviluppa e pratica sui terrazzi dei condomini -.

Fulvio Bondi


Parole in Libertà: , , ,

< Indietro