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		<title>Perché la Cannabis fa tanto discutere?</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 09:43:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
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		<category><![CDATA[Dipendenze]]></category>

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		<description><![CDATA[In Svizzera, il consumo di derivati della cannabis potrebbe prossimamente essere oggetto soltanto di  misure a carattere amministrativo e non più di procedimenti penali.

La proposta di depenalizzazione è stata infatti approvata senza voti contrari dalla commissione della Sanità del  Parlamento elvetico. La decisione nasce da un’iniziativa parlamentare del Partito Popolare Democratico della Confederazione. Lo rende noto l’agenzia di stampa elvetica Ats.

In Olanda il consumo dei cannabinici è già liberalizzato da tempo e in California si assiste ad un regime “sperimentale” in cui – di fatto – il consumo di tali sostanze è controllato, almeno in parte, dallo stato che su di esse riscuote anche le imposte.

Ma già dal 2001  i Ministeri della Sanità di Francia, Germania, Belgio, Olanda e Svizzera avevano istituito una "commissione unita" al fine di dare  un giudizio scientifico univoco sull'argomento. Nella relativa relazione, pubblicata nel febbraio 2002, la commissione afferma che troppe volte si sono dati giudizi e prese decisioni politico-legali senza valide ed accertate basi scientifiche, usando studi parziali, spesso inesatti o addirittura errati.

Sicuramente è assai difficile sostenere che il consumo di cannabinici rappresenti un pericolo maggiore di quello degli alcolici.  Però, malgrado il generale allarme per il crescente abuso di alcol anche e soprattutto da parte di giovanissimi, la pubblicità di superalcolici, birre e simili è costantemente presente sugli schermi televisivi e sulle pagine di tutti i giornali.

Quella delle sigarette, si sa,  è invece severissimamente vietata.

Di fatto il commercio di hashish e marijuana arricchisce tutte le mafie del mondo e in particolare quelle di casa nostra; allo stesso tempo si criminalizzano gravemente i nostri adolescenti che non rinunciano a farsi le famose “canne”.

Ma quale coerenza si può ravvisare in tutte queste norme e disposizioni? Perché certe sostanze sono vietate e di altre si fa la pubblicità? Quali motivazioni adducono i governanti per giustificare sia i proibizionismi che le liberalizzazioni?

Non dovrebbero essere soltanto ragioni scientificamente fondate a governare la salute pubblica?

C’è il sospetto che siano invece questioni di natura ideologica a influenzare i legislatori; “convinzioni” non suffragate da rigore scientifico, opportunismi politici, “simpatie” e interessi economici di varia natura.

Ma “la gente”, quella che assume notizie in merito solo dalla televisione e da qualche giornale, cosa ne sa di tutto questo e cosa ne pensa? Ce ne occuperemo presto su questo sito.

Paolo Fuligni
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In Svizzera, il consumo di derivati della cannabis potrebbe prossimamente essere oggetto soltanto di  misure a carattere amministrativo e non più di procedimenti penali.</p>
<p>La proposta di depenalizzazione è stata infatti approvata senza voti contrari dalla commissione della Sanità del  Parlamento elvetico. La decisione nasce da un’iniziativa parlamentare del Partito Popolare Democratico della Confederazione. Lo rende noto l’agenzia di stampa elvetica Ats.</p>
<p>In Olanda il consumo dei cannabinici è già liberalizzato da tempo e in California si assiste ad un regime “sperimentale” in cui – di fatto – il consumo di tali sostanze è controllato, almeno in parte, dallo stato che su di esse riscuote anche le imposte.</p>
<p>Ma già dal 2001  i Ministeri della Sanità di Francia, Germania, Belgio, Olanda e Svizzera avevano istituito una &#8220;commissione unita&#8221; al fine di dare  un giudizio scientifico univoco sull&#8217;argomento. Nella relativa relazione, pubblicata nel febbraio 2002, la commissione afferma che <em>troppe volte si sono dati giudizi e prese decisioni politico-legali senza valide ed accertate basi scientifiche, usando studi parziali, spesso inesatti o addirittura errati.</em></p>
<p>Sicuramente è assai difficile sostenere che il consumo di cannabinici rappresenti un pericolo maggiore di quello degli alcolici.  Però, malgrado il generale allarme per il crescente abuso di alcol anche e soprattutto da parte di giovanissimi, la pubblicità di superalcolici, birre e simili è costantemente presente sugli schermi televisivi e sulle pagine di tutti i giornali.</p>
<p>Quella delle sigarette, si sa,  è invece severissimamente vietata.</p>
<p>Di fatto il commercio di hashish e marijuana arricchisce tutte le mafie del mondo e in particolare quelle di casa nostra; allo stesso tempo si criminalizzano gravemente i nostri adolescenti che non rinunciano a farsi le famose “canne”.</p>
<p>Ma quale coerenza si può ravvisare in tutte queste norme e disposizioni? Perché certe sostanze sono vietate e di altre si fa la pubblicità? Quali motivazioni adducono i governanti per giustificare sia i proibizionismi che le liberalizzazioni?</p>
<p>Non dovrebbero essere soltanto r<em>agioni scientificamente fondate a governare la salute pubblica</em>?</p>
<p>C’è il sospetto che siano invece questioni di natura ideologica a influenzare i legislatori; “convinzioni” non suffragate da rigore scientifico, opportunismi politici, “simpatie” e interessi economici di varia natura.</p>
<p>Ma “la gente”, quella che assume notizie in merito solo dalla televisione e da qualche giornale, cosa ne sa di tutto questo e cosa ne pensa? Ce ne occuperemo presto su questo sito.</p>
<p>Paolo Fuligni</p>
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		<title>Buona Longevità</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 09:41:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[dieta]]></category>
		<category><![CDATA[vivere]]></category>

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		<description><![CDATA[Recenti studi scientifici hanno dimostrato come un modo di vivere attivo, sia dal punto di vista fisico che cognitivo, e una vita sociale ricca possano rappresentare un importante fattore protettivo per mantenere in salute la mente e il corpo.

Ricerche sperimentali – che impiegavano modelli affini alle più comuni degenerazioni dei tessuti umani, come invecchiamento e danni cerebrali - dimostrano  come il cosiddetto “ambiente arricchito” (EE), cioè ricco appunto di validi stimoli, possa riuscire a rallentare il declino cognitivo e la progressione di molti disturbi  neurodegenerativi.

Molti studiosi (Kempermann G., Kuhn H.G., Gage F.H., 1977; Kempermann G., Gast D., Gage F.H., 2002) hanno documentato che  topi inseriti in un ambiente arricchito presentano più neuroni ippocampali rispetto a quelli che vengono lasciati in condizioni standard; pertanto, la condizione d'arricchimento induce la proliferazione delle cellule neuronali nell’ippocampo (Van Praag H., Kempermann G., Gage F.H., 1999; ). Una continua stimolazione multisensoriale provoca un miglioramento nelle performances specialmente per quanto riguarda l’apprendimento e la memoria spaziale, ed induce un incremento della memoria di riconoscimento visivo e della memoria di associazione (Costa D. A. et al. 2007). Inoltre l' attività fisica viene associata ad una riduzione dei rischi di ischemia cerebrale e della malattia di Parkinson (PD) (Chen H. e coll. 2005)  individuando così un importante fattore protettivo contro il deterioramento dei più importanti centri encefalici (Kiraly MA, Kitrly SJ, York University, Canada.)

Infine esami clinici recentemente effettuati sulla popolazione del sud dell'Italia (York University, Canada) suggeriscono  come una tipica dieta mediterranea, ricca di acidi grassi monoinsaturi e povera di colesterolo, sia associata ad un importante effetto di protezione contro rischi  di declino cognitivo.

Insomma vivere attivi e mangiare bene per rimanere sani e intelligenti!

Valeria Bani
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Recenti studi scientifici hanno dimostrato come un modo di vivere attivo, sia dal punto di vista fisico che cognitivo, e una vita sociale ricca possano rappresentare un importante fattore protettivo per mantenere in salute la mente e il corpo.</p>
<p>Ricerche sperimentali – che impiegavano modelli affini alle più comuni degenerazioni dei tessuti umani, come invecchiamento e danni cerebrali &#8211; dimostrano  come il cosiddetto “ambiente arricchito” (EE), cioè ricco appunto di validi stimoli, possa riuscire a rallentare il declino cognitivo e la progressione di molti disturbi  neurodegenerativi.</p>
<p>Molti studiosi (Kempermann G., Kuhn H.G., Gage F.H., 1977; Kempermann G., Gast D., Gage F.H., 2002) hanno documentato che  topi inseriti in un ambiente arricchito presentano più neuroni ippocampali rispetto a quelli che vengono lasciati in condizioni standard; pertanto, la condizione d&#8217;arricchimento induce la proliferazione delle cellule neuronali nell’ippocampo (Van Praag H., Kempermann G., Gage F.H., 1999; ). Una continua stimolazione multisensoriale provoca un miglioramento nelle performances specialmente per quanto riguarda l’apprendimento e la memoria spaziale, ed induce un incremento della memoria di riconoscimento visivo e della memoria di associazione (Costa D. A. et al. 2007). Inoltre l&#8217; attività fisica viene associata ad una riduzione dei rischi di ischemia cerebrale e della malattia di Parkinson (PD) (Chen H. e coll. 2005)  individuando così un importante fattore protettivo contro il deterioramento dei più importanti centri encefalici (Kiraly MA, Kitrly SJ, York University, Canada.)</p>
<p>Infine esami clinici recentemente effettuati sulla popolazione del sud dell&#8217;Italia (York University, Canada) suggeriscono  come una tipica dieta mediterranea, ricca di<strong> </strong>acidi grassi monoinsaturi e povera di colesterolo, sia associata ad un importante effetto di protezione contro rischi  di declino cognitivo.</p>
<p>Insomma vivere attivi e mangiare bene per rimanere sani e intelligenti!</p>
<p>Valeria Bani</p>
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		<title>L’utopia “rifiuti zero”: un ciclo virtuoso realistico dei rifiuti?</title>
		<link>http://www.studioboule.it/?p=66</link>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 09:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Comunicazione Sociale]]></category>
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		<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti]]></category>
		<category><![CDATA[waste]]></category>

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		<description><![CDATA[Ad ormai più di un anno di distanza abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini della città di Napoli sommersa dalla “monnezza”, delle proteste dei cittadini e delle montagne di rifiuti dati alle fiamme per strada; immagini simili, purtroppo, ci sono giunte in tempi più recenti da Palermo, e una domanda che sarebbe utile farsi è “a chi toccherà la prossima volta?”

La gestione del ciclo dei rifiuti è un problema diffuso, certamente non solo italiano ma comune a tutte le moderne società industrializzate, che ha cominciato ad avere dimensioni preoccupanti con l’affermarsi di modelli comportamentali caratteristici dell’epoca del consumismo sfrenato e dell’usa e getta.

Con il tempo sono state proposte dai tecnici esperti del settore numerose risposte possibili al problema della gestione dei rifiuti, che spesso sono state recepite dal mondo politico/amministrativo in modo errato o parziale: alla popolazione è passata così una visione alterata del problema che può aver portato a reazioni assurde come quelle che tutto il mondo ha visto accadere in Campania pochi mesi fa.

Limitandosi a parlare dei rifiuti solidi urbani o assimilati (e quindi tralasciando il mondo dei rifiuti “speciali”, ovvero prodotti dalle attività commerciali ed industriali) uno dei concetti più travisati in assoluto è quello della raccolta differenziata e del riutilizzo dei rifiuti.

Spesso, ed in modo particolare in ambiti di ispirazione “ambientalista” (che si dovrebbe invece presupporre siano particolarmente competenti in materia), viene proposto il concetto che con la sola differenziazione del rifiuto ed il conseguente riutilizzo o recupero dei materiali differenziati (vetro, metalli, plastiche, legno, apparecchiature elettroniche, ecc.) si possa arrivare all’obiettivo di azzerare la produzione di rifiuti, pertanto eliminando la necessità di impianti finalizzati allo smaltimento degli RSU come discariche e termovalorizzatori/inceneritori.

Questa ipotesi, che pure sarebbe di per se auspicabile, è purtroppo assolutamente irrealistica per almeno due diverse ragioni: la prima, di carattere puramente tecnico, è che comunque esiste ed esisterà sempre una frazione più o meno consistente di rifiuto (alcune tipologie di plastiche, materiali diversi irrimediabilmente mescolati tra loro, ecc.) che non risponde agli standard merceologici necessari per il recupero e che pertanto non può in alcun modo essere riutilizzata e deve essere destinata a smaltimento.

La seconda ragione è di tipo comportamentale: per quanto le campagne di sensibilizzazione abbiano consentito negli ultimi anni di aumentare in modo significativo la percentuale media di raccolta differenziata effettuata dai cittadini (in Italia rimanendo comunque ben distanti dagli obiettivi fissati in sede comunitaria), è assolutamente utopistico pensare che si possa arrivare ad una diffusione totale di questi comportamenti “virtuosi”. Estremamente significativo da questo punto di vista è il dato sulla percentuale di raccolta differenziata dei comuni italiani che mostra, oltre ad una differenziazione geografica piuttosto marcata, valori in media significativamente più alti nei piccoli comuni rispetto alle città di medio/grandi dimensioni, dove le problematiche sociali sono maggiori e la consapevolezza ed il senso di appartenenza alla comunità sono più sfumati.

L’obiettivo rifiuti zero, pertanto, rimane necessariamente un utopia.

Un ciclo virtuoso di gestione dei rifiuti, per essere realistico, deve prevedere un sistema integrato che, ferma la necessità in primo luogo di ridurre al minimo già alla sorgente la quantità di rifiuti prodotti (ad esempio con la riduzione degli imballaggi, del ricorso a prodotti usa e getta come vettovaglie di plastica, ecc.) ed in secondo luogo di aumentare al massimo tecnicamente e socialmente possibile la percentuale di raccolta differenziata ed il conseguente riciclo/riutilizzo concreto dei rifiuti, non può fare a meno della possibilità di smaltimento in discarica e/o in un termovalorizzatore.

L’accettazione da parte dei cittadini della realizzazione di tali impianti sul territorio diventa il vero obiettivo che le amministrazioni locali si devono porre, con la predisposizione di campagne di comunicazione sociale finalizzate a spiegarne la necessità, il bilancio tra i costi ed i benefici sia ambientali che economici. Per non doversi chiedere ancora a chi toccherà

Riccardo Monzani
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ad ormai più di un anno di distanza abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini della città di Napoli sommersa dalla “monnezza”, delle proteste dei cittadini e delle montagne di rifiuti dati alle fiamme per strada; immagini simili, purtroppo, ci sono giunte in tempi più recenti da Palermo, e una domanda che sarebbe utile farsi è “a chi toccherà la prossima volta?”</p>
<p>La gestione del ciclo dei rifiuti è un problema diffuso, certamente non solo italiano ma comune a tutte le moderne società industrializzate, che ha cominciato ad avere dimensioni preoccupanti con l’affermarsi di modelli comportamentali caratteristici dell’epoca del consumismo sfrenato e dell’usa e getta.</p>
<p>Con il tempo sono state proposte dai tecnici esperti del settore numerose risposte possibili al problema della gestione dei rifiuti, che spesso sono state recepite dal mondo politico/amministrativo in modo errato o parziale: alla popolazione è passata così una visione alterata del problema che può aver portato a reazioni assurde come quelle che tutto il mondo ha visto accadere in Campania pochi mesi fa.</p>
<p>Limitandosi a parlare dei rifiuti solidi urbani o assimilati (e quindi tralasciando il mondo dei rifiuti “speciali”, ovvero prodotti dalle attività commerciali ed industriali) uno dei concetti più travisati in assoluto è quello della raccolta differenziata e del riutilizzo dei rifiuti.</p>
<p>Spesso, ed in modo particolare in ambiti di ispirazione “ambientalista” (che si dovrebbe invece presupporre siano particolarmente competenti in materia), viene proposto il concetto che con la sola differenziazione del rifiuto ed il conseguente riutilizzo o recupero dei materiali differenziati (vetro, metalli, plastiche, legno, apparecchiature elettroniche, ecc.) si possa arrivare all’obiettivo di azzerare la produzione di rifiuti, pertanto eliminando la necessità di impianti finalizzati allo smaltimento degli RSU come discariche e termovalorizzatori/inceneritori.</p>
<p>Questa ipotesi, che pure sarebbe di per se auspicabile, è purtroppo assolutamente irrealistica per almeno due diverse ragioni: la prima, di carattere puramente tecnico, è che comunque esiste ed esisterà sempre una frazione più o meno consistente di rifiuto (alcune tipologie di plastiche, materiali diversi irrimediabilmente mescolati tra loro, ecc.) che non risponde agli standard merceologici necessari per il recupero e che pertanto non può in alcun modo essere riutilizzata e deve essere destinata a smaltimento.</p>
<p>La seconda ragione è di tipo comportamentale: per quanto le campagne di sensibilizzazione abbiano consentito negli ultimi anni di aumentare in modo significativo la percentuale media di raccolta differenziata effettuata dai cittadini (in Italia rimanendo comunque ben distanti dagli obiettivi fissati in sede comunitaria), è assolutamente utopistico pensare che si possa arrivare ad una diffusione totale di questi comportamenti “virtuosi”. Estremamente significativo da questo punto di vista è il dato sulla percentuale di raccolta differenziata dei comuni italiani che mostra, oltre ad una differenziazione geografica piuttosto marcata, valori in media significativamente più alti nei piccoli comuni rispetto alle città di medio/grandi dimensioni, dove le problematiche sociali sono maggiori e la consapevolezza ed il senso di appartenenza alla comunità sono più sfumati.</p>
<p>L’obiettivo rifiuti zero, pertanto, rimane necessariamente un utopia.</p>
<p>Un ciclo virtuoso di gestione dei rifiuti, per essere realistico, deve prevedere un sistema integrato che, ferma la necessità in primo luogo di ridurre al minimo già alla sorgente la quantità di rifiuti prodotti (ad esempio con la riduzione degli imballaggi, del ricorso a prodotti usa e getta come vettovaglie di plastica, ecc.) ed in secondo luogo di aumentare al massimo tecnicamente e socialmente possibile la percentuale di raccolta differenziata ed il conseguente riciclo/riutilizzo <em>concreto</em> dei rifiuti, non può fare a meno della possibilità di smaltimento in discarica e/o in un termovalorizzatore.</p>
<p>L’accettazione da parte dei cittadini della realizzazione di tali impianti sul territorio diventa il vero obiettivo che le amministrazioni locali si devono porre, con la predisposizione di campagne di comunicazione sociale finalizzate a spiegarne la necessità, il bilancio tra i costi ed i benefici sia ambientali che economici. Per non doversi chiedere ancora a chi toccherà</p>
<p>Riccardo Monzani</p>
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		<title>L&#8217;habitat e le sue caratterizzazioni nelle città di oggi.</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 09:32:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[habitat]]></category>

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		<description><![CDATA[Quanti saggi, studi, seminari, conferenze e convegni sul tema dell’abitare in rapporto al contesto urbano con il quale ci dobbiamo confrontare quotidianamente! Perché continuare a parlare della città con i suoi problemi di congestionamento, di sviluppo caotico, delle periferie con i suoi quartieri sempre più degradati ecc.? Proprio per questo, perché nonostante se ne parli si continua a perpetrare nell’errore, senza riuscire a indicare soluzioni coraggiose e metodiche intelligenti che una volta per tutte ci consentano di uscire gradatamente da questo tunnel in cui adattarsi è divenuto lo slogan necessario a farci sopravvivere nel  degrado.

Eppure quanti esperimenti già a fine ‘800 si sono fatti per ovviare al fenomeno dell’espansione generalizzata delle città, cercando di mettere ordine al convulso incremento demografico e conseguente accrescimento urbano, a partire da Fourier con il Falansterio, le teorie utopistiche di Owen e poi Howard con le città giardino, Soria Y Mata con la città lineare e.. via discorrendo  (secondo lo slang di Salinger), fino ad arrivare ai grandi piani urbanistici di Le Corbusier, pietra miliare dell’architettura, punto di riferimento per ogni addetto ai lavori e non.

E forse il problema nasce da qui. Al di là dei grandi capiscuola del passato, dal tempo del razionalismo e funzionalismo, dall’architettura organica, dal tempo perciò compreso tra le due guerre mondiali, il processo di evoluzione in campo urbanistico e architettonico in generale è risultato inversamente proporzionale alle  costanti e sempre più veloci mutazioni che avvengono intorno a noi. Si potrebbe pensare che nell’era del computer dovremmo essere agevolati a stilare progetti in larga scala che  possano velocemente modificare e migliorare l’habitat in generale, affermazione ormai scontata, eppure la tecnologia non ci è di aiuto. Anzi, per certi aspetti, è spesso controproducente. L’architettura, nel senso dell’arte del costruire, con tutte le sue implicazioni che comporta, è una disciplina particolarmente complessa che ha radici profonde e presupposti culturali non indifferenti; pertanto l’opera architettonica non può essere frutto di improvvisazione o semplice intuizione, bensì di maturazione lenta e riflessioni sui temi e componenti che ruotano intorno ad un problema. Il termine lento è in antitesi con la velocità e immediatezza che solo il computer ci può dare  e l’abuso che si fa di questo importante strumento è, secondo me, uno dei limiti alla creatività e all’approfondimento delle problematiche. Pensiamo ai Rendering, alle immagini virtuali foto-realistiche che ormai fanno parte integrante di ogni progetto (alcuni comuni ne esigono la presentazione unitamente alla documentazione da produrre per l’approvazione dei progetti); il disegno “a mano libera” non esiste più; la costruzione geometrica della prospettiva lineare è scomparsa; il bozzetto acquerellato è … per i pittori, e così via. E’ solo romanticismo? Non credo: una volta il saper disegnare era considerato prerogativa indispensabile per affrontare gli studi di architettura, proprio perché il senso dell’equilibrio e delle proporzioni in generale prima di poterli trasmettere devono essere dentro di noi, ci devono appartenere.

Luciano La Letta
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quanti saggi, studi, seminari, conferenze e convegni sul tema dell’abitare in rapporto al contesto urbano con il quale ci dobbiamo confrontare quotidianamente! Perché continuare a parlare della città con i suoi problemi di congestionamento, di sviluppo caotico, delle periferie con i suoi quartieri sempre più degradati ecc.? Proprio per questo, perché nonostante se ne parli si continua a perpetrare nell’errore, senza riuscire a indicare soluzioni coraggiose e metodiche intelligenti che una volta per tutte ci consentano di uscire gradatamente da questo tunnel in cui <em>adattarsi </em>è divenuto lo slogan<em> </em>necessario a farci sopravvivere nel  degrado.</p>
<p>Eppure quanti esperimenti già a fine ‘800 si sono fatti per ovviare al fenomeno dell’espansione generalizzata delle città, cercando di mettere ordine al convulso incremento demografico e conseguente accrescimento urbano, a partire da Fourier con il <em>Falansterio, </em>le teorie utopistiche di Owen<em> </em>e poi<em> </em>Howard con <em>le città giardino, </em> Soria Y Mata con <em>la città lineare</em> e.. via discorrendo  (secondo lo <em>slang</em> di Salinger), fino ad arrivare ai grandi piani urbanistici di Le Corbusier, pietra miliare dell’architettura, punto di riferimento per ogni addetto ai lavori e non.</p>
<p>E forse il problema nasce da qui. Al di là dei grandi capiscuola del passato, dal tempo del razionalismo e funzionalismo, dall’architettura organica, dal tempo perciò compreso tra le due guerre mondiali, il processo di evoluzione in campo urbanistico e architettonico in generale è risultato inversamente proporzionale alle  costanti e sempre più veloci mutazioni che avvengono intorno a noi. Si potrebbe pensare che nell’era del computer dovremmo essere agevolati a stilare progetti in larga scala che  possano velocemente modificare e migliorare l’habitat in generale, affermazione ormai scontata, eppure la tecnologia non ci è di aiuto. Anzi, per certi aspetti, è spesso controproducente. L’architettura, nel senso dell’arte del costruire, con tutte le sue implicazioni che comporta, è una disciplina particolarmente complessa che ha radici profonde e presupposti culturali non indifferenti; pertanto l’opera architettonica non può essere frutto di improvvisazione o semplice intuizione, bensì di maturazione lenta e riflessioni sui temi e componenti che ruotano intorno ad un problema. Il termine <em>lento</em> è in antitesi con la velocità e immediatezza che solo il computer ci può dare  e l’abuso che si fa di questo importante strumento è, secondo me, uno dei limiti alla creatività e all’approfondimento delle problematiche. Pensiamo ai <em>Rendering</em>, alle immagini virtuali foto-realistiche che ormai fanno parte integrante di ogni progetto (alcuni comuni ne esigono la presentazione unitamente alla documentazione da produrre per l’approvazione dei progetti); il disegno “a mano libera” non esiste più; la costruzione geometrica della prospettiva lineare è scomparsa; il bozzetto acquerellato è … per i pittori, e così via. E’ solo romanticismo? Non credo: una volta il <em>saper disegnare</em> era considerato prerogativa indispensabile per affrontare gli studi di architettura, proprio perché il senso dell’equilibrio e delle proporzioni in generale prima di poterli trasmettere devono essere dentro di noi, ci devono appartenere.</p>
<p>Luciano La Letta</p>
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		<title>L&#8217;impronta ecologica.</title>
		<link>http://www.studioboule.it/?p=58</link>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 09:28:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Architettura]]></category>
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		<description><![CDATA[Impronta ecologica: quantità di terra e di mare che serve per ottenere tutti i beni che consumiamo.

Questa definizione l’ ho ricavata da un testo scolastico che mi è capitato di leggere.

Una domanda mi sorge spontanea (direbbe qualcuno – ed io con lui - ): e l’aria?

Ma, al di là di questo, mi sorge un secondo interrogativo che, come addetto ai lavori, mi è più congeniale: l’impronta ecologica utilizzata per l’edificato – intendendo con questo non solo la residenza ma tutto quanto è veramente costruito dall’uomo - a quanto ammonta?

E’ proprio necessario tutto questo consumo di territorio?

Da stime risulterebbe quanto segue:

(riferito all’anno 2001)

un italiano medio ha una impronta ecologica di 3,11 ettari così suddivisi:

1,10 ettari di terreno a fini energetici;

0,27 ettari a fini agricoli;

0,55 ettari a pascolo;

0,06 ettari a fini edificabili;

0,23 a foreste;

0,90 ettari di mare.

Nello stesso anno le stime indicano:

impronta ecologica di uno statunitense  pari ad ettari 6,2;

impronta ecologica di un indiano pari ad ettari 0,8.

Da questi dati molto ci sarebbe da dedurre/concludere in merito allo sfruttamento del pianeta da parte di pochi a discapito di molti.

Ma questa è un’altra storia!!

Da altre fonti  (dati Euroistat) risulterebbe che nell’ultimo decennio del 2000,  nel nostro paese, siano stati tolti all’agricoltura circa 2.800.000 ettari.

Risulterebbe, altresì, un consumo annuo di circa 100.000 ettari di campagna ( pari a due volte l’estensione del parco nazionale d’Abruzzo) a fini edificatori.

L’Italia è il primo paese europeo per disponibilità di abitazioni avendone circa 26.000.000.

Il 20% delle stesse risulta non occupato.

 

Un’altra domanda sorge spontanea: è proprio così necessario continuare a consumare territorio a fini edificatori visto che , in teoria, il numero delle abitazioni è sufficiente a soddisfare il fabbisogno e  visto, altresì, che il 20% risulta non occupato?

 

Per la risposta ognuno di noi può riflettere anche in virtù di valutazioni di tipo economico/lavorativo e/o occupazionale: sta di fatto che le risorse che si potrebbero/possono impiegare per la realizzazione di nuove abitazioni ( e conseguentemente posti di lavoro e “giro” di denaro) potrebbero essere impiegate per la riqualificazione delle abitazioni esistenti, dei centri storici e, meglio ancora, per la riqualificazione/rivitalizzazione del tessuto urbano esistente.

Mi rendo conto che questo implica una nuova concezione dell’intervento privato e di una capacità programmatoria e gestionale pubblica tutta da inventare e sperimentare ( compresa la riflessione sul ruolo delle autonomie locali e della sua organizzazione).

Mi pare una bella scommessa ma penso che valga la pena di provarci - anche perché, se continuiamo a costruire ed occupare territorio, non potremo mangiare  mattoni, visto che siamo abituati a mangiare ciò che viene prodotto dall’agricoltura e l’agricoltura, notoriamente, non si sviluppa e pratica sui terrazzi dei condomini -.

Fulvio Bondi
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Impronta ecologica: quantità di terra e di mare che serve per ottenere tutti i beni che consumiamo.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Questa definizione l’ ho ricavata da un testo scolastico che mi è capitato di leggere.</em></p>
<p><em>Una domanda mi sorge spontanea (direbbe qualcuno – ed io con lui &#8211; ): e l’aria?</em></p>
<p><em>Ma, al di là di questo, mi sorge un secondo interrogativo che, come addetto ai lavori, mi è più congeniale: l’impronta ecologica utilizzata per l’edificato – intendendo con questo non solo la residenza ma tutto quanto è veramente costruito dall’uomo &#8211; a quanto ammonta?</em></p>
<p><em>E’ proprio necessario tutto questo consumo di territorio?</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Da stime risulterebbe quanto segue:</em></p>
<p><em>(riferito all’anno 2001)</em></p>
<p><em>un italiano medio ha una impronta ecologica di 3,11 ettari così suddivisi:</em></p>
<p><em>1,10 ettari di terreno a fini energetici;</em></p>
<p><em>0,27 ettari a fini agricoli;</em></p>
<p><em>0,55 ettari a pascolo;</em></p>
<p><em>0,06 ettari a fini edificabili;</em></p>
<p><em>0,23 a foreste;</em></p>
<p><em>0,90 ettari di mare.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Nello stesso anno le stime indicano:</em></p>
<p><em>impronta ecologica di uno statunitense  pari ad ettari 6,2;</em></p>
<p><em>impronta ecologica di un indiano pari ad ettari 0,8.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Da questi dati molto ci sarebbe da dedurre/concludere in merito allo sfruttamento del pianeta da parte di pochi a discapito di molti.</em></p>
<p><em>Ma questa è un’altra storia!!</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Da altre fonti  (dati Euroistat) risulterebbe che nell’ultimo decennio del 2000,  nel nostro paese, siano stati tolti all’agricoltura circa 2.800.000 ettari.</p>
<p>Risulterebbe, altresì, un consumo annuo di circa 100.000 ettari di campagna ( pari a due volte l’estensione del parco nazionale d’Abruzzo) a fini edificatori.</p>
<p>L’Italia è il primo paese europeo per disponibilità di abitazioni avendone circa 26.000.000.</p>
<p>Il 20% delle stesse risulta non occupato.</p>
<p>Un’altra domanda sorge spontanea: è proprio così necessario continuare a consumare territorio a fini edificatori visto che , in teoria, il numero delle abitazioni è sufficiente a soddisfare il fabbisogno e  visto, altresì, che il 20% risulta non occupato?</p>
<p>Per la risposta ognuno di noi può riflettere anche in virtù di valutazioni di tipo economico/lavorativo e/o occupazionale: sta di fatto che le risorse che si potrebbero/possono impiegare per la realizzazione di nuove abitazioni ( e conseguentemente posti di lavoro e “giro” di denaro) potrebbero essere impiegate per la riqualificazione delle abitazioni esistenti, dei centri storici e, meglio ancora, per la riqualificazione/rivitalizzazione del tessuto urbano esistente.</p>
<p>Mi rendo conto che questo implica una nuova concezione dell’intervento privato e di una capacità programmatoria e gestionale pubblica tutta da inventare e sperimentare ( compresa la riflessione sul ruolo delle autonomie locali e della sua organizzazione).</p>
<p>Mi pare una bella scommessa ma penso che valga la pena di provarci &#8211; anche perché, se continuiamo a costruire ed occupare territorio, non potremo mangiare  mattoni, visto che siamo abituati a mangiare ciò che viene prodotto dall’agricoltura e l’agricoltura, notoriamente, non si sviluppa e pratica sui terrazzi dei condomini -.</p>
<p>Fulvio Bondi</p>
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		<title>Primo articolo</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2010 09:27:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[vivere]]></category>

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		<description><![CDATA[Articolo di beta testing.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Articolo di beta testing.</p>
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